Come comprendere il valore del Lago di Garda?

Proviamo a fare un ragionamento non ideologico e schietto sul Lago di Garda?
Scrivo questo articolo con la volontà di proporre una riflessione non ideologica e tantomeno di parte, per cercare di chiarire alcune annose questioni gardesane.
Era il 1967 quando il Comitato dei Ministri d’Europa approvava a Strasburgo la “Carta Europea dell’Acqua”, un documento composto da 12 punti fondamentali per la tutela delle risorse idriche.
Per concentrare il ragionamento senza creare confusione, trascrivo solo i punti 3 e 6:
3) Alterare la qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e agli altri esseri viventi che da essa dipendono.
6) La conservazione di un manto vegetale appropriato è essenziale per la conservazione delle riserve idriche.
Nonostante la rilevanza di questi principi, la Carta Europea dell’Acqua passò inosservata fino all’arrivo della legge Merli, varata il 10 maggio 1976 (n. 319), che tradusse in regolamenti concreti alcune delle questioni enunciate quasi un decennio prima.
Fu una svolta epocale: per la prima volta in Italia si posero limiti agli scarichi nei corpi idrici, avviando un percorso di tutela ambientale che fino ad allora era stato lasciato alla volontà dei singoli.
Può sembrare incredibile oggi, ma prima di quella data non esisteva una normativa che disciplinasse in modo rigoroso gli scarichi civili e industriali nei laghi, nei mari e nei fiumi.
Fino agli anni ’80, per esempio calandoci nella nostra realtà, ciò che oggi viene convogliato nel collettore fognario per poi raggiungere il depuratore di Peschiera del Garda veniva scaricato direttamente nel lago o nei fossati e “recettori” vicini.
Ecco che la legge Merli incontrò molte resistenze, perché allora come oggi, era diffusa la convinzione che “tanto abbiamo sempre fatto così”.
Eppure, questa normativa segnò un passaggio di civiltà, creando un primo vero sistema di regole per la tutela delle acque.
Questa legge ebbe un impatto profondo ma con il passare del tempo, grazie alla consapevolezza che aveva generato, si comprese come semplici limiti numerici e valori di scarico non fossero sufficienti: era necessario cambiare il paradigma della gestione delle risorse idriche, dando valore al concetto di “risorsa idrica”.
Il valore storico della legge Merli sta proprio in questo: aver introdotto un principio che divenne un punto di riferimento imprescindibile per le normative future.
Fu un seme che una volta piantato non poteva non dare frutti.
Infatti, nel 1999, nacque la legge n. 152, che stabilì l’obbligo per laghi e fiumi di recuperare le proprie condizioni di qualità originarie.
La normativa introdusse un altro concetto epocale quanto quello della Merli, ovvero l’equilibrio ecologico.
Ogni corso d’acqua infatti doveva poter contare sul proprio volume idrico e sulla propria vegetazione per funzionare come un fitodepuratore naturale.
Non si trattava più solo di evitare scarichi inquinanti, ma anche di proteggere l’ambiente naturale per garantirne la capacità di autodepurarsi e di resistere alla pressione antropica.
Questo principio è essenziale per l’equilibrio del Lago di Garda, un ecosistema delicato che ha avuto la fortuna di avere un bacino imbrifero relativamente piccolo rispetto agli altri grandi laghi subalpini italiani.
Questa caratteristica ha reso più semplice mantenere una buona qualità delle acque, grazie anche alla scarsa presenza di industrie pesanti e centri urbani di grande estensione.
Infatti, per comprendere cosa significa bacino imbrifero e la sua importanza, dobbiamo immaginarlo come un imbuto, con al centro il Lago di Garda; tutto ciò che si trova al suo interno viene convogliato al suo centro.
Quindi ogni dilavamento delle acque, superficiali o sotterranee, ogni inquinante e/o fertilizzante ad esempio, presente in un bacino imbrifero, prima o poi sarà drenato verso il suo vertice, nel nostro caso il Lago di Garda.
Ma non è solo la conformazione geografica a determinare la qualità dell’acqua.
Il Lago di Garda ha beneficiato di un sistema di collettamento e depurazione che, avviato già prima della legge Merli, ha contribuito a preservare l’ecosistema dal degrado che ne sarebbe conseguito senza.
Già nel 1974, uno studio del CNR e dell’IRSA analizzò la situazione del lago, fornendo le basi per la realizzazione dell’infrastruttura di depurazione.
Ma il punto di svolta arrivò prima, nel 1968, quando la Comunità del Garda, attraverso l’On. Aventino Frau, presentò al Ministero per la Ricerca Scientifica e Tecnologica le preoccupazioni degli amministratori locali riguardo le modifiche ambientali in atto.
Questo intervento permise di avviare studi approfonditi, riassunti nel testo dal titolo “Indagini sul Lago di Garda” pubblicato nel ’74 e di elaborare soluzioni concrete, che hanno portato di fatto all’opera tutt’ora in esercizio e come scritto, alla tutela delle qualità delle acque gardesane.
Oggi, nonostante alcune campagne denigratorie e la diffusione di fake news, possiamo affermare che la qualità delle acque del Garda è tra le migliori dei laghi subalpini italiani, addirittura con una tendenza netta al ritorno allo stato qualitativo originario, già assodato in quanto riportato in alcune pubblicazioni scientifiche autorevoli.
Certo, la pressione antropica è elevata: la richiesta imprenditoriale è forte e il lago attira sempre più investitori, è un meccanismo che si autoalimenta.
Ma il successo di questa destinazione turistica è legato alla sua straordinaria bellezza naturale, un patrimonio che deve essere tutelato con attenzione.
E’ il contesto ambientale e le sue qualità ad aver creato le fondamenta per la creazione dell’imprenditoria che oggi vediamo crescere in investimenti ed interventi infrastrutturali.
Sviluppo e protezione ambientale sono la faccia della stessa medaglia.
Inutile essere contrari a tutto, lo sviluppo imprenditoriale c’è e ci sarà sempre, è cominciato nel dopoguerra e continua ancora, tra alti e bassi.
La vera sfida da vincere è quella della consapevolezza ed equilibrio che si potrà vincere la dove non vi sia aridità di contenuti, conoscenza e comprensione delle dinamiche biologiche, ambientali e territoriali.
Non basta limitare l’inquinamento, non basta dire NO alle “colate di cemento”, che spesso sostituiscono o ammodernano strutture vecchie di decenni e decisamente non energeticamente efficienti come le attuali: è necessario ripristinare l’ecosistema naturale.
Questa è la sfida, la visione strategica.
La legge 152 del 1999 e il punto 6 della Carta Europea dell’Acqua ci indicano la strada da seguire: rinaturalizzare le foci dei rii e dei corsi d’acqua immissari a lago, curare gli alvei, proteggere le aree litoranee ancora intatte, rinaturare quelle che si prestano maggiormente a tali azioni e istituire zone oasi dove possibile.
Questo non è un compito impossibile, tantomeno utopistico: con un piccolo sforzo, possiamo restituire al lago le sue funzioni biologiche, rendendolo più resiliente agli impatti umani; io lo interpreto come un rinforzo del suo sistema immunitario.
Il Lago di Garda non è solo il più grande d’Italia: è una risorsa preziosa che ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.
Da 60 anni funziona come bacino di laminazione per proteggere le città dalle piene dell’Adige, ha fornito e garantisce scorte d’acqua all’agricoltura mantovana, ha sostenuto un’economia turistica solida capace anche nei peggiori periodi di crisi economica da cui il Lago di Garda sembrava risultare immune.
Ora non credo ci sia tanto altro da aggiungere per dimostrare, senza recriminazioni e con senso di realtà, come ora tocchi a noi dimostrare al Benaco la stessa gratitudine che ci ha accordato fin ora, restituendo almeno un po’ del tanto che abbiamo e stiamo ricevendo, non credete?
Scrivo questo articolo con la volontà di proporre una riflessione non ideologica e tantomeno di parte, per cercare di chiarire alcune annose questioni gardesane.
Era il 1967 quando il Comitato dei Ministri d’Europa approvava a Strasburgo la “Carta Europea dell’Acqua”, un documento composto da 12 punti fondamentali per la tutela delle risorse idriche.
Per concentrare il ragionamento senza creare confusione, trascrivo solo i punti 3 e 6:
3) Alterare la qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e agli altri esseri viventi che da essa dipendono.
6) La conservazione di un manto vegetale appropriato è essenziale per la conservazione delle riserve idriche.
Nonostante la rilevanza di questi principi, la Carta Europea dell’Acqua passò inosservata fino all’arrivo della legge Merli, varata il 10 maggio 1976 (n. 319), che tradusse in regolamenti concreti alcune delle questioni enunciate quasi un decennio prima.
Fu una svolta epocale: per la prima volta in Italia si posero limiti agli scarichi nei corpi idrici, avviando un percorso di tutela ambientale che fino ad allora era stato lasciato alla volontà dei singoli.
Può sembrare incredibile oggi, ma prima di quella data non esisteva una normativa che disciplinasse in modo rigoroso gli scarichi civili e industriali nei laghi, nei mari e nei fiumi.
Fino agli anni ’80, per esempio calandoci nella nostra realtà, ciò che oggi viene convogliato nel collettore fognario per poi raggiungere il depuratore di Peschiera del Garda veniva scaricato direttamente nel lago o nei fossati e “recettori” vicini.
Ecco che la legge Merli incontrò molte resistenze, perché allora come oggi, era diffusa la convinzione che “tanto abbiamo sempre fatto così”.
Eppure, questa normativa segnò un passaggio di civiltà, creando un primo vero sistema di regole per la tutela delle acque.
Questa legge ebbe un impatto profondo ma con il passare del tempo, grazie alla consapevolezza che aveva generato, si comprese come semplici limiti numerici e valori di scarico non fossero sufficienti: era necessario cambiare il paradigma della gestione delle risorse idriche, dando valore al concetto di “risorsa idrica”.
Il valore storico della legge Merli sta proprio in questo: aver introdotto un principio che divenne un punto di riferimento imprescindibile per le normative future.
Fu un seme che una volta piantato non poteva non dare frutti.
Infatti, nel 1999, nacque la legge n. 152, che stabilì l’obbligo per laghi e fiumi di recuperare le proprie condizioni di qualità originarie.
La normativa introdusse un altro concetto epocale quanto quello della Merli, ovvero l’equilibrio ecologico.
Ogni corso d’acqua infatti doveva poter contare sul proprio volume idrico e sulla propria vegetazione per funzionare come un fitodepuratore naturale.
Non si trattava più solo di evitare scarichi inquinanti, ma anche di proteggere l’ambiente naturale per garantirne la capacità di autodepurarsi e di resistere alla pressione antropica.
Questo principio è essenziale per l’equilibrio del Lago di Garda, un ecosistema delicato che ha avuto la fortuna di avere un bacino imbrifero relativamente piccolo rispetto agli altri grandi laghi subalpini italiani.
Questa caratteristica ha reso più semplice mantenere una buona qualità delle acque, grazie anche alla scarsa presenza di industrie pesanti e centri urbani di grande estensione.
Infatti, per comprendere cosa significa bacino imbrifero e la sua importanza, dobbiamo immaginarlo come un imbuto, con al centro il Lago di Garda; tutto ciò che si trova al suo interno viene convogliato al suo centro.
Quindi ogni dilavamento delle acque, superficiali o sotterranee, ogni inquinante e/o fertilizzante ad esempio, presente in un bacino imbrifero, prima o poi sarà drenato verso il suo vertice, nel nostro caso il Lago di Garda.
Ma non è solo la conformazione geografica a determinare la qualità dell’acqua.
Il Lago di Garda ha beneficiato di un sistema di collettamento e depurazione che, avviato già prima della legge Merli, ha contribuito a preservare l’ecosistema dal degrado che ne sarebbe conseguito senza.
Già nel 1974, uno studio del CNR e dell’IRSA analizzò la situazione del lago, fornendo le basi per la realizzazione dell’infrastruttura di depurazione.
Ma il punto di svolta arrivò prima, nel 1968, quando la Comunità del Garda, attraverso l’On. Aventino Frau, presentò al Ministero per la Ricerca Scientifica e Tecnologica le preoccupazioni degli amministratori locali riguardo le modifiche ambientali in atto.
Questo intervento permise di avviare studi approfonditi, riassunti nel testo dal titolo “Indagini sul Lago di Garda” pubblicato nel ’74 e di elaborare soluzioni concrete, che hanno portato di fatto all’opera tutt’ora in esercizio e come scritto, alla tutela delle qualità delle acque gardesane.
Oggi, nonostante alcune campagne denigratorie e la diffusione di fake news, possiamo affermare che la qualità delle acque del Garda è tra le migliori dei laghi subalpini italiani, addirittura con una tendenza netta al ritorno allo stato qualitativo originario, già assodato in quanto riportato in alcune pubblicazioni scientifiche autorevoli.
Certo, la pressione antropica è elevata: la richiesta imprenditoriale è forte e il lago attira sempre più investitori, è un meccanismo che si autoalimenta.
Ma il successo di questa destinazione turistica è legato alla sua straordinaria bellezza naturale, un patrimonio che deve essere tutelato con attenzione.
E’ il contesto ambientale e le sue qualità ad aver creato le fondamenta per la creazione dell’imprenditoria che oggi vediamo crescere in investimenti ed interventi infrastrutturali.
Sviluppo e protezione ambientale sono la faccia della stessa medaglia.
Inutile essere contrari a tutto, lo sviluppo imprenditoriale c’è e ci sarà sempre, è cominciato nel dopoguerra e continua ancora, tra alti e bassi.
La vera sfida da vincere è quella della consapevolezza ed equilibrio che si potrà vincere la dove non vi sia aridità di contenuti, conoscenza e comprensione delle dinamiche biologiche, ambientali e territoriali.
Non basta limitare l’inquinamento, non basta dire NO alle “colate di cemento”, che spesso sostituiscono o ammodernano strutture vecchie di decenni e decisamente non energeticamente efficienti come le attuali: è necessario ripristinare l’ecosistema naturale.
Questa è la sfida, la visione strategica.
La legge 152 del 1999 e il punto 6 della Carta Europea dell’Acqua ci indicano la strada da seguire: rinaturalizzare le foci dei rii e dei corsi d’acqua immissari a lago, curare gli alvei, proteggere le aree litoranee ancora intatte, rinaturare quelle che si prestano maggiormente a tali azioni e istituire zone oasi dove possibile.
Questo non è un compito impossibile, tantomeno utopistico: con un piccolo sforzo, possiamo restituire al lago le sue funzioni biologiche, rendendolo più resiliente agli impatti umani; io lo interpreto come un rinforzo del suo sistema immunitario.
Il Lago di Garda non è solo il più grande d’Italia: è una risorsa preziosa che ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.
Da 60 anni funziona come bacino di laminazione per proteggere le città dalle piene dell’Adige, ha fornito e garantisce scorte d’acqua all’agricoltura mantovana, ha sostenuto un’economia turistica solida capace anche nei peggiori periodi di crisi economica da cui il Lago di Garda sembrava risultare immune.
Ora non credo ci sia tanto altro da aggiungere per dimostrare, senza recriminazioni e con senso di realtà, come ora tocchi a noi dimostrare al Benaco la stessa gratitudine che ci ha accordato fin ora, restituendo almeno un po’ del tanto che abbiamo e stiamo ricevendo, non credete?